Pato

Alexandre Pato, ex attaccante del Milan attualmente in forza all’Orlando City, si è raccontato in una lunga e interessante intervista al The Players Tribune. Il Papero, questo il suo soprannome, ha parlato a 360 gradi della sua carriera e, in particolare della sua travagliata esperienza in Serie A passata a combattere gli infortuni che ne hanno rallentato l’affermazione a livello mondiale.

Pato, la gioventù e l’inizio dei problemi

L’attaccante brasiliano ha iniziato raccontando proprio la brusca frenata della sua parabola ascendente dovuta ai tanti infortuni ma anche dalla solitudine. “Amavo le attenzioni. Volevo che si parlasse di me. Ma sapete cosa è successo? Ho iniziato a sognare troppo. Anche se continuavo a lavorare duro, la mia fantasia mi portava in posti di tutti i tipi. Nella mia testa avevo già il Pallone d’Oro in mano – ha continuato Pato -. Non potevo evitarlo. È davvero difficile non lasciarsi travolgere. Avevo sofferto tanto per arrivare lì. Quindi perché non godersela?”.

“Quando vinsi il Golden Boy che mi consacrava come miglior giovane d’Europa nel 2009, non pensavo al Pallone d’Oro. Mi stavo solo divertendo e avevo già vinto un premio. Quando vivevo nel presente ero inarrestabile. Ma la mia mente rimaneva incastrata nel futuro”.

Dalle stelle a… l’infermeria: “Nel 2010 ho iniziato a essere infortunato tutto il tempo. Non avevo più fiducia nel mio corpo. Aveva paura di quello che la gente potesse dire di me. Andavo ad allenarmi pensando ‘Non posso infortunarmi’. Se mi infortunavo non lo dicevo a nessuno. Una volta mentre stavo recuperando da un problema muscolare ebbi una distorsione alla caviglia e continuai a giocare. Era gonfia come un pallone ma non volevo lasciare la squadra. Uno dei miei difetti era che volevo accontentare tutti”.

E ancora: “La gente si aspettava che segnassi più di 30 gol a stagione, ma non potevo nemmeno entrare in campo. Potevo accettare che gli altri dubitassero di me. Ma quando il dubbio viene da dentro? È tutta un’altra cosa. Ho scoperto chi mi amava per davvero, un sacco di gente intorno a me invece pensava ‘sotto sotto questo non credo che ce la farà'”.

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I muscoli: il retroscena

“Mi sentivo davvero solo – ha continuato il numero 7 -. All’Internacional sono sempre stato super protetto. Tutti facevano qualsiasi cosa per me. Non sapevo niente di infortuni, preparazione fisica o dieta perché non ne avevo bisogno. Dovevo solo pensare a giocare. Quindi quando ero in difficoltà al Milan, non avevo idea di cosa fare”.

“Al giorno d’oggi ogni giocatore ha un team che lo segue no?! Dottore, fisioterapista, preparatore mentre all’epoca solo Ronaldo ce lo aveva. Non avevo parenti vicino. La mia famiglia era ancora in Brasile. Avevo un agente, ma non si occupava di tutto come fanno gli agenti ora. Chiaramente il Milan aveva i medici e lo staff, ma dovevano seguire 25-30 giocatori. Non potevano stare con me tutto il tempo. Una volta ho giocato contro il Barcellona dopo aver visto un medico ad Atlanta. Ero stato in aereo per 10 ore e avevo fatto solamente un allenamento. Era normale che mi infortunassi!

Nesta stava impazzendo, quando l’ha scoperto ha detto: “Non avrebbe dovuto giocare, ma siete tutti matti?”. Io non capivo. Pensavo, Facciamo un altro tentativo. Io non sapevo come funzionasse quel mondo”.

Il funambolo brasiliano si è confidato e ha raccontato il suo dilemma: “Sapete quanto ho lottato per provare a tornare? Ho girato il mondo. Ho visto ogni medico che valeva la pena vedere  — e anche qualcuno in più. Un medico ad Atlanta mi ha messo a testa in giù mentre mi faceva girare su me stesso. Diagnosi? I miei riflessi non erano allineati con i miei muscoli. Un dottore in Germania mi ha iniettato del liquido in tutta la schiena — il giorno dopo camminavo per l’aeroporto di Monaco ingobbito dal dolore. Un medico mi ha infilato 20 aghi ogni mattina e ogni sera. Potrei continuare all’infinito. Stavo vedendo il dottore numero 6,7,8, … ognuno di loro diceva una cosa differente”.

“Pensavo, Cavolo, che cosa ho? Ho pianto, pianto e pianto ancora. Avevo paura che non avrei potuto più giocare a calcio. Ecco perché sono andato al Corinthians a gennaio 2013. Sì, volevo andare ai Mondiali nel 2014, ma volevo anche lavorare con Bruno Mazzotti, il fisioterapista di Ronaldo. Una volta arrivato lì, mi rimossero un muscolo dal braccio per fare una biopsia. Io ero sdraiato nel letto mentre tremavo dal dolore. Dopo 20 giorni scoprirono che alcuni dei miei muscoli si erano accorciati a causa degli infortuni. Avevo più tessuto muscolare nella parte frontale della gamba rispetto a quella posteriore. Tutto il mio corpo era sbilanciato. Grazie a Dio Bruno mi ha rimesso nuovamente in forma. Dal 2013 credo di aver avuto solamente tre infortuni muscolari”.

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